Il grano low-cost trascina in deflazione la pasta italiana

14 Ottobre 2016 Off Di Pastaria

Maxi raccolti in Italia, balzati al record decennale nel 2016.  Ma preoccupa il deficit qualitativo.

a cura del Centro studi economici Pastaria

I costi, per lo meno quelli variabili, avranno quasi certamente un impatto positivo sui conti aziendali. Si tratterà tuttavia di valutare se i risparmi che i produttori italiani di pasta riusciranno a realizzare approvvigionandosi di grani e farine a prezzi quest’anno decisamente più vantaggiosi, si tradurranno, nei prossimi mesi, in un’effettiva crescita della redditività.

Le evidenze, almeno quelle più recenti, dicono che se da un lato le imprese in Italia acquistano sul mercato grani a prezzi inferiori fino al 30-40% a quelli di un anno fa (ribassi a due cifre si riscontrano anche  sul circuito delle semole), dall’altro si ha già evidenza delle prime richieste di sconto da parte di buyer e grande distribuzione.

Non sorprende d’altro canto che gli stessi prezzi retail, quelli pagati dai consumatori, abbiamo invertito ormai da quattro mesi una tendenza all’aumento che aveva raggiunto il suo picco a dicembre, con un più 2,5% su base annua.

A luglio scorso – rileva l’Istat (l’Istituto nazionale di statistica) – i prezzi al dettaglio delle paste hanno invece accusato un calo tendenziale nell’ordine dell’1,1%, il più accentuato dal novembre 2010.

E la tendenza proseguirà anche nei prossimi mesi, in maniera verosimilmente più intensa, incorporando nei prezzi al consumo le componenti deflattive che stanno caratterizzando da tempo la fasi produttive (agricole e industriali) a monte di quelle distributive.

Ci sono buone possibilità che il calo dei prezzi possa, se non altro, contribuire a frenare la dinamica discendente dei consumi di pasta, che mantengono il segno meno anche nel primo semestre 2016.

Sul fronte delle esportazioni, al contrario, potrebbe verificarsi quest’anno un recupero dei volumi persi negli ultimi dodici mesi, sia pure a fronte di una limatura dei fatturati.

Se l’anno scorso le spedizioni di pasta oltreconfine avevano infatti subìto un drastico dietro front, cedendo 6 punti percentuali nel dato fisico, quest’anno la dinamica potrebbe crucialmente invertirsi. In cinque mesi, da gennaio a maggio 2016, si è già potuto apprezzare un frazionale recupero, significativo se non altro di un’inversione di tendenza a lungo attesa dagli operatori.

La politica di sconti, agevolata dal taglio dei costi di produzione, sarebbe inoltre potenzialmente in grado di favorire un guadagno di competitività all’estero e soprattutto un rafforzamento delle quote di mercato sia negli sbocchi tradizionali che in quelli emergenti. [hidepost]

Anche questo sarebbe un importante segnale di svolta, in un comparto in cui l’Italia mantiene la leadership assoluta a livello mondiale, subendo però una crescente pressione concorrenziale da parte dei nuovi paesi produttori.

Le prospettive sono invece meno favorevoli per quanto attiene ai fatturati. Replicare la performance, in questo caso positiva, dell’anno scorso (+6%) appare  poco probabile alle attuali circostanze. Sarebbe già un ottimo risultato se l’incasso mantenesse i livelli 2015, ma in questa ipotesi la flessione dei prezzi dovrebbe essere riassorbita da una crescita dei volumi esportati.

L’evoluzione dell’export fino a tutto il mese di maggio segnala per ora un’inversione di rotta del fatturato all’estero, che a distanza di anno ha fatto segnare una limatura del 3%.

Per quanto attiene ai raccolti, assume intanto un contorno più nitido il bilancio, ancora provvisorio, delle nuova campagna di produzione. Una stagione contrassegnata in Italia da un boom produttivo, con le stime di Italmopa, l’associazione che riunisce l’industria molitoria, che attestano il dato di produzione a 5,5 milioni di tonnellate, massimo da dieci anni.

Meno generosi i giudizi sulle caratteristiche tecniche. Se i volumi, infatti, sono più che soddisfacenti, la situazione appare fortemente compromessa sul piano qualitativo, specialmente in Puglia dove le precipitazioni e la troppa umidità sotto raccolta hanno ridotto in molti casi il contenuto proteico dei grani.

Abbondanti quest’anno anche le produzioni in Nord America. Il Canada con un 15% di crescita rispetto alla scorsa campagna avrebbe ottenuto un raccolto di 6,2 milioni di tonnellate di grano duro, basandosi sui conteggi del Dipartimento dell’agricoltura di Ottawa. Positive le previsioni anche per l’export e le scorte, valutati su volumi superiori rispettivamente dell’11 e del 30 per cento a quelli della scorsa annata.

Anche per i grani in partenza dai porti canadesi i prezzi Fob hanno registrato quest’estate un netto ridimensionamento. A fine agosto il contratto future sulla prima consegna all’ICE di Londra, piazza di riferimento per le commodity agricole, ha chiuso con un 20% di scarto negativo su base annua, seppure in previsione di una forte richiesta da parte dai paesi del Nord Africa, ambito in cui l’esito dei raccolti è stato invece negativo.[/hidepost]

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